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Perché le aziende non si quotano in Borsa: un’analisi dei motivi strutturali, economici e culturali (Parte Seconda)

3. I fattori culturali e percettivi

3.1 La percezione dei costi regolamentari

Sebbene gli oneri effettivi della quotazione siano diminuiti significativamente negli ultimi anni, la percezione imprenditoriale resta ancorata a una visione obsoleta. L’imprenditore italiano associa la quotazione a un insieme di costi e oneri che, anche quando non corrispondono alla realtà attuale, influenzano decisamente la scelta. I costi di ammissione sono percepiti come proibitivi. La redazione del prospetto informativo, la due diligence legale e contabile, le consulenze finanziarie, gli oneri notarili e legali, rappresentano un investimento iniziale che molti imprenditori non sono disposti a sostenere. Per un’IPO su Euronext Growth Milan, il costo complessivo si aggira intorno a 1,5 milioni di euro. Gli oneri di trasparenza continuativi sono altrettanto temuti. Le relazioni periodiche, le comunicazioni al mercato, i roadshow per gli investitori, le conference call con gli analisti, rappresentano un carico di lavoro e una esposizione pubblica che l’imprenditore non quotato non deve sopportare. La necessità di spiegare trimestralmente i risultati, di giustificare le scelte strategiche, di gestire le attese del mercato, è percepita come una distrazione dalla gestione operativa.

La complessità organizzativa è un ulteriore fattore respingente. La quotazione impone la costituzione di strutture di controllo interno sofisticate: funzione di internal audit, comitato per il controllo e i rischi, collegio sindacale con poteri ampliati, dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili. Questi organismi, se da un lato migliorano la governance, dall’altro introducono rigidità e costi fissi che gravano in modo particolare sui conti aziendali. Per una PMI, anche oneri di ordinaria gestione come la convocazione di un’assemblea risultano significativi. La visibilità verso la pubblica amministrazione è, infine, un fattore non trascurabile. L’impresa quotata è più esposta ai controlli fiscali, più visibile agli organi di vigilanza, più soggetta a richieste di informazione da parte delle autorità. Questa maggiore esposizione, sebbene legale e legittima, è percepita come un rischio e un onere aggiuntivo che l’impresa non quotata non deve affrontare. Questa percezione, sebbene in parte non corrispondente alla realtà attuale dopo le riforme recenti, è un fattore decisionale autonomo. L’imprenditore che ritiene la quotazione un onere insostenibile non la valuta neanche come opzione, indipendentemente dai dati oggettivi. La percezione diventa realtà decisionale e la realtà economica è subordinata alla rappresentazione mentale.

 

3.2 La sfiducia nel mercato dei capitali

La cultura imprenditoriale italiana è profondamente radicata nel credito bancario come fonte di finanziamento. Il rapporto tra debito bancario delle imprese e PIL è superiore alla media dell’area euro, la struttura del passivo delle piccole e medie imprese mostra un’incidenza del debito bancario rispetto al patrimonio netto che supera il 100% per le imprese con fatturato inferiore ai 10 milioni di euro. Questa dipendenza non è solo economica, ma culturale: il rapporto con la banca è personale, consolidato, basato sulla fiducia reciproca. Il mercato azionario, al contrario, è percepito come lontano, complesso, ostile alle piccole e medie imprese. La scarsa rappresentatività del tessuto produttivo nel listino italiano, con meno di 300 società quotate sul mercato principale contro le migliaia di imprese potenzialmente quotabili, alimenta la sensazione che la Borsa sia un club esclusivo, non accessibile all’impresa media. La volatilità dei mercati, amplificata dalla copertura mediatica, è percepita come un rischio inaccettabile per un patrimonio familiare costruito in generazioni.

L’immagine dell’investitore anonimo e speculativo, interessato solo al rendimento a breve termine e indifferente alla sostenibilità dell’impresa, è radicata nell’immaginario imprenditoriale. La quotazione è associata alla perdita di autonomia nei confronti di soggetti che non condividono i valori e gli obiettivi del fondatore, che possono imporre strategie di breve periodo, tagli occupazionali, cessioni di asset, in nome della massimizzazione del valore per gli azionisti. La mancanza di modelli di successo quotati nel proprio distretto o nel proprio settore rafforza questa sfiducia. L’imprenditore italiano apprende per imitazione: se nessuno nella sua rete di riferimento ha quotato con successo, la quotazione appare un’opzione non percorribile o non desiderabile. La rete di relazioni, che in altri contesti favorisce la diffusione dell’innovazione, in questo caso blocca l’adozione di un modello di finanziamento alternativo.

 

3.3 L’identità imprenditoriale

Per molti imprenditori italiani, l’impresa è un’estensione della famiglia, non un ente economico separabile. Questa identificazione ha radici storiche e culturali profonde: l’impresa familiare è il luogo di trasmissione di valori, di competenze, di relazioni sociali, oltre che di ricchezza materiale. La quotazione è percepita come una forma di “tradimento” dell’identità familiare, una commercializzazione del patrimonio accumulato con fatica, una sottrazione dell’impresa alla comunità di riferimento. Questa dimensione identitaria, irriducibile alla logica economica, spiega molte scelte apparentemente irrazionali. L’imprenditore che rifiuta la quotazione pur di fronte a evidenze di maggiore redditività e crescita non è necessariamente incompetente o miope: sta semplicemente massimizzando una funzione di utilità in cui il controllo, l’autonomia, l’identità familiare hanno un peso superiore alla ricchezza finanziaria pura. La sua razionalità è di tipo sostanziale, non strumentale: non massimizza il profitto, ma la coerenza con un progetto di vita e di famiglia. Agli occhi dell’imprenditore, la quotazione impone una separazione tra la sfera affettiva e la sfera economica che non è disposto ad accettare. Il titolo quotato è un bene fungibile, scambiabile, anonimo; l’impresa familiare è un bene unico, irripetibile, carico di significato. La trasformazione dell’impresa in titolo equivale, per molti, a una profanazione. Questo fattore culturale, sebbene sfuggente alla misurazione quantitativa è, probabilmente, il più rilevante nella spiegazione della scarsa propensione alla quotazione. Gli altri motivi, i costi, i benefici, i vincoli, sono spesso razionalizzazioni a posteriori di una scelta già compiuta a livello identitario. L’imprenditore cerca argomenti economici per giustificare una decisione che in realtà è culturale e affettiva.

 

4. I motivi di convenienza per specifiche categorie di imprese

4.1 Start-up e imprese altamente innovative

Per le imprese giovani o che operano su tecnologie complesse, la quotazione in Borsa non rappresenta uno strumento di finanziamento appropriato e la ragione è tanto economica quanto epistemologica. Sul piano dei costi, la struttura fissa di un’IPO, tra oneri legali, comunicazione finanziaria e collocamento, rende l’operazione antieconomica per progetti che richiedono capitali contenuti: si finirebbe per destinare al processo burocratico una quota sproporzionata delle risorse raccolte, vanificandone lo scopo. Ma il problema non è solo di bilancio; è anche, e forse soprattutto, di comunicazione. La Borsa è un meccanismo che si nutre di informazioni standardizzate, di bilanci consolidati, di business model facilmente inquadrabili in categorie note. Un’impresa innovativa, invece, per sua natura sfugge a questi schemi: ciò che la rende interessante è proprio la sua irriducibilità alle tassonomie esistenti. Proporre a una platea indistinta di investitori un progetto basato su una tecnologia emergente significa chiedere loro di comprendere ciò che ancora non ha un linguaggio consolidato, un mercato di riferimento, una storia di performance. Ed è una richiesta che, nella maggior parte dei casi, il mercato non sa soddisfare.

A ciò si aggiunge il problema della valutazione. Senza un track record significativo, senza flussi di cassa storici su cui basare i modelli previsionali, il prezzo delle azioni diventa una scommessa su scenari difficilmente quantificabili. Il mercato, in queste condizioni, tende a scontare l’incertezza in modo eccessivo o, al contrario, a lasciarsi trascinare da ondate di entusiasmo che poco hanno a che fare con il valore reale. In entrambi i casi, l’impresa si trova esposta a una volatilità che non le appartiene e che rischia di comprometterne la stessa capacità di pianificazione. Il venture capital, al contrario, si muove su un registro completamente diverso. L’investitore specializzato è in grado di sostenere i costi di informazione elevati che un’analisi approfondita richiede: dispone delle competenze tecniche per valutare la bontà del progetto, delle risorse per condurre una due diligence accurata e della pazienza per attendere che la tecnologia maturi. Inoltre, operando su un portafoglio di investimenti, può diversificare il rischio e assorbire i singoli insuccessi senza che questi mettano a repentaglio l’intera attività. Ma forse l’elemento più rilevante è il monitoraggio attivo, l’over-monitoring che il venture capitalist esercita: egli non si limita a fornire capitale, ma siede nel consiglio di amministrazione, partecipa alle decisioni strategiche, mette a disposizione la propria rete di contatti e, se necessario, interviene per correggere la rotta. Questa presenza continua riduce il rischio di fallimento in un modo che un azionista quotato, lontano e disinteressato, non potrebbe mai garantire.

In questa prospettiva, la scelta di non quotarsi, almeno nelle fasi iniziali, non appare come un limite o una rinuncia, ma come una decisione pienamente razionale. È il riconoscimento che la Borsa è uno strumento pensato per aziende mature, con modelli consolidati e informazioni trasparenti; per le imprese che stanno ancora cercando la propria strada, il venture capital offre invece quello spazio di sperimentazione e accompagnamento di cui hanno bisogno per crescere, prima di affrontare il giudizio del mercato aperto.

 

4.2 Microprogetti e crowdfunding

Per i progetti di entità limitata, la quotazione in Borsa è un’opzione che, nella pratica, quasi nessuno prende nemmeno in considerazione. E, del resto, come si potrebbe? I soli costi di consulenza legale, revisione contabile e collocamento trasformerebbero una raccolta di 50.000 euro in un esercizio di pura decurtazione del capitale. Il crowdfunding, al contrario, abbatte queste barriere e rende il mercato dei capitali accessibile anche a chi ha solo un prototipo e una buona storia da raccontare. La vera ricchezza di questo strumento sta però nella sua duttilità. Le diverse forme: donation, reward, debt, equity; possono essere combinate e adattate alla natura del progetto, quasi come una cassetta degli attrezzi modulare. Un prodotto concreto si presta al reward-based, che consente di testare la domanda ancora prima di avviare la produzione; una necessità di cassa a breve trova risposta nel debt-based, che aggira il circuito bancario; e per chi vuole condividere il rischio senza cedere il controllo, l’equity-based offre la possibilità di raccogliere piccole quote da una moltitudine di investitori, nessuno dei quali in grado di esercitare influenza decisionale.

E c’è un altro aspetto, meno tecnico ma forse più rilevante, che merita attenzione. Il crowdfunding non si limita a trasferire risorse finanziarie: genera una comunità. I sostenitori diventano i primi testimoni e promotori dell’iniziativa; i loro feedback, il passaparola, persino le loro critiche, contribuiscono a dare forma al progetto in tempo reale. Questo rapporto diretto, fatto di aggiornamenti e dialogo, è qualcosa che una quotazione, con il suo anonimato e la sua distanza, non può offrire. La rete personale dell’imprenditore, poi, non è un canale marginale: è spesso il vero motore di partenza, perché le persone tendono a investire in chi conoscono e la fiducia si trasmette più facilmente attraverso legami già esistenti.

Tutto questo ha però un rovescio della medaglia. Il crowdfunding ha un limite fisiologico, che è insieme di scala e di gestione. Amministrare centinaia di piccoli finanziatori richiede tempo e risorse, e le campagne, salvo casi eccezionali di viralità, raramente superano la soglia del milione. Se l’obiettivo è una crescita strutturata il crowdfunding va considerato come un trampolino di lancio, non come una destinazione finale. E qui si innesta la riflessione sul venture capital che, a ben vedere, offre un percorso più coerente rispetto all’IPO per chi vuole crescere sul serio. La quotazione ha il difetto di esporre l’azienda a un giudizio pubblico continuo, alla volatilità e alla pressione dei risultati trimestrali: una gabbia pesante per un’impresa ancora in formazione. Il venture capital, diversamente, non porta solo denaro, ma anche competenze, contatti, e una presenza stabile nel tempo, senza la pretesa di ritorni immediati. È un accompagnamento, non un esame. L’IPO, semmai, è una prova che ha senso affrontare quando la struttura è già solida. Per questo, per chi ha ambizioni di scala, il ricorso al venture capital appare una scelta più ponderata, rinviando la Borsa a quando l’azienda avrà gambe più robuste per camminare da sola.

 

4.3 Imprese con elevato autofinanziamento

Quando un’impresa genera flussi di cassa interni sufficienti a coprire gli investimenti pianificati, il ricorso al mercato dei capitali perde gran parte della sua attrattiva. L’autofinanziamento presenta, in questa fase, un insieme di vantaggi che vanno ben oltre il mero risparmio sui costi di transazione. In primo luogo, consente di aggirare le spese di emissione, gli oneri informativi e le commissioni di collocamento che accompagnano qualsiasi operazione di raccolta esterna; in secondo luogo, preserva la riservatezza strategica, evitando la diffusione di dati che potrebbero rivelare le intenzioni competitive dell’impresa ai suoi rivali; infine, e forse più importante, mantiene intatto il controllo assoluto, senza che la proprietà sia costretta a condividere il potere decisionale con nuovi azionisti o a sottoporsi alla disciplina del mercato, con il suo insistente scrutinio sui risultati trimestrali e le sue aspettative di breve periodo. Eppure, questa autonomia ha un prezzo che spesso si manifesta solo col tempo. L’autofinanziamento, per quanto robusto è, per definizione limitato: dipende dalla capacità dell’impresa di generare utili e gli utili non sempre bastano a cogliere tutte le opportunità che si presentano. L’impresa che si affida esclusivamente alle proprie risorse si trova così a dover operare una selezione tra i progetti di investimento e, inevitabilmente alcuni di quelli profittevoli, ma troppo grandi per essere finanziati internamente, vengono accantonati. È il classico fenomeno del razionamento del capitale interno, che la teoria finanziaria segnala come una delle principali fonti di sub ottimalità nella gestione aziendale.

La scelta di non quotarsi, in questa situazione, appare perfettamente razionale se giudicata con gli occhi del breve periodo: i costi immediati di una IPO sono certi e tangibili, mentre i benefici di una crescita più rapida sono incerti e dilazionati. Ma è proprio questa razionalità a breve termine che può trasformarsi, nel medio-lungo periodo, in un freno allo sviluppo. Rinunciare a progetti redditizi significa crescere meno di quanto si potrebbe, lasciare spazi ai concorrenti e, talvolta, perdere finestre temporali che non si ripresenteranno. In altri termini, l’autofinanziamento diventa una gabbia dorata: protegge l’impresa dai rischi e dalle ingerenze del mercato ma, al contempo, la costringe a muoversi entro i confini della propria capacità di generazione di cassa, limitandone l’ambizione. La tensione, in fondo, è tra due logiche diverse. Da un lato, quella dell’imprenditore che vede nell’indipendenza il valore supremo e nella quotazione una minaccia alla propria identità; dall’altro, quella del manager che misura il successo anche in termini di dimensioni raggiunte e di quote di mercato conquistate. Il punto è che entrambe le prospettive hanno una loro legittimità e la scelta tra autofinanziamento e apertura al capitale esterno non ammette soluzioni universali. Ciò che conta è che l’impresa sia consapevole del compromesso che sta facendo: rinunciare a opportunità di crescita per preservare la propria autonomia è una scelta legittima, ma non è una scelta neutrale. E la razionalità di breve periodo, se non viene periodicamente riesaminata alla luce delle opportunità che il mercato offre, rischia di trasformarsi in una forma di miopia strategica.

 

4.4 La concorrenza del Private Equity come alternativa strutturale

Negli ultimi anni, il private equity (PE) si è configurato come un’alternativa sempre più competitiva alla quotazione in Borsa, intercettando una quota crescente di operazioni di cessione di quote di imprese familiari. Secondo i dati elaborati da AIFI, Area Studi Mediobanca e LIUC Business School, nell’ultimo decennio i fondi di private equity hanno acquisito oltre il 20% delle imprese familiari italiane oggetto di cessione, con un trend in forte accelerazione: il numero medio annuo di operazioni su un campione di circa 320 medie imprese è passato da 6 nel periodo 2001-2005 a 41 tra il 2019 e il 2021. Questa crescente attrattività del private equity rispetto alla quotazione non è casuale. I fondi di private equity offrono all’imprenditore un pacchetto di soluzioni one-stop-shop che difficilmente il mercato pubblico dei capitali può eguagliare:

  • Miglioramenti operativi: il fondo porta competenze manageriali specializzate per ottimizzare la logistica, la distribuzione, l’IT e le strategie di cost cutting, intervenendo anche attraverso operazioni di M&A e razionalizzazione degli asset.
  • Strategie di crescita: supporto nell’innovazione di prodotto, nelle operazioni di add-on, nel potenziamento dell’accesso ai mercati internazionali e nell’ottimizzazione delle strategie di prezzo.
  • Governance engineering: il fondo interviene sulla composizione del board e delle figure apicali, introducendo professionalità esterne e rafforzando le linee di governance
  • Financial engineering: ottimizzazione della struttura finanziaria e miglioramento del cash management.

Ciò che rende il private equity particolarmente attraente per l’imprenditore familiare è la capacità di rispondere a esigenze che vanno oltre la dimensione puramente finanziaria. L’imprenditore percepisce un gap in termini di capitale manageriale, relazionale e strategico e il private equity si presenta come un interlocutore unico, dotato di discrezionalità, fortemente focalizzato sui risultati e portatore di un piano strategico condiviso che ne legittima la presenza e l’intervento. Al contrario, la Borsa priva l’imprenditore di un interlocutore univoco, esponendolo a un confronto continuo con un mercato articolato e di non immediata leggibilità. La quotazione lascia l’imprenditore a rapportarsi con quel mercato di cui fatica a comprendere le logiche, le richieste e anche gli umori. In sostanza, se i benefici dell’apertura del capitale sono conseguibili attraverso il listing al costo di una maggiore democrazia societaria, essi appaiono in buona parte raggiungibili con l’ingresso di un private equity attraverso una diarchia societaria certamente più funzionale al genus dell’impresa familiare.

Inoltre, il private equity ha saputo costruire negli anni una narrativa che ne smorza la nomea di operatore aggressivo e di breve termine, accreditandosi come portatore di capitale “paziente”, maggiormente allineato alla dimensione propria dell’imprenditoria familiare. L’approccio originariamente per lo più ingegneristico dei private equity ha lasciato progressivamente il passo a uno in cui prevale una “proposta imprenditoriale” che pone la crescita al centro. Questo fenomeno è parte di una tendenza internazionale più ampia, laddove una regolamentazione più permissiva ha incoraggiato una raccolta di capitali su larga scala al di fuori dei mercati pubblici. Il varco che porta a una sempre maggiore partecipazione ai private equity da parte di investitori retail rappresenta un ulteriore elemento di antagonismo nei confronti dei mercati quotati e della loro storica prerogativa di canali esclusivi per accedere all’investimento in equity.

Conseguenze per la quotazione: La competizione del private equity rende la quotazione meno attrattiva non solo in termini relativi, ma anche assoluti. L’imprenditore che valuta l’apertura del capitale si trova di fronte a un’alternativa che promette benefici simili (crescita, governance, supporto strategico) con minori oneri di trasparenza e maggiore riservatezza. Il private equity offre una exit a premio, con liquidità immediata e la possibilità di ristrutturare la società senza la pressione di dover rispondere al mercato e agli investitori istituzionali. Questa maggiore certezza nell’esecuzione e la minore rigidità strategica spingono molte imprese a preferire il controllo privato rendendo l’IPO una via meno appetibile.

 

4.5 La scarsa liquidità del mercato e l’underpricing dei titoli

La scarsa liquidità e la conseguente sottovalutazione dei titoli rappresentano, secondo quanto emerge con chiarezza dal Rapporto CONSOB 2026, i motivi di insoddisfazione più diffusi e persistenti tra gli imprenditori che hanno scelto la via della quotazione. Si tratta di un problema endemico del mercato azionario italiano che, nel segmento delle PMI, assume contorni particolarmente critici, generando un circolo vizioso che finisce per vanificare gran parte dei benefici attesi dall’ingresso in Borsa; spesso questa dinamica perversa si alimenta infatti di un divario crescente e sistematico tra i risultati operativi effettivamente conseguiti dalle aziende e l’andamento dei rispettivi titoli, i quali spesso scontano dinamiche speculative o un interesse troppo esiguo da parte degli analisti finanziari e proprio questo scollamento finisce per ostacolare concretamente le operazioni di rafforzamento patrimoniale e di crescita esterna, rendendo la quotazione uno strumento poco efficace per perseguire gli obiettivi strategici di medio-lungo periodo; tanto che, quando il titolo sconta valutazioni sistematicamente scollegate dai fondamentali economici dell’impresa, l’imprenditore assiste impotente a un paradosso doloroso e ricorrente: vedere il prezzo delle proprie azioni scendere nonostante acquisizioni strategiche, raddoppio di linee di business e performance operative in netto miglioramento.

Questa frustrazione, lungi dall’essere un mero dato emotivo, si traduce in un ripensamento concreto dell’intera strategia di mercato, spingendo sempre più spesso verso la scelta del delisting come via per riconquistare quella libertà d’azione che la pressione valutaria quotidianamente comprime. Questa dissonanza tra valore creato e valore riconosciuto dal mercato non è soltanto una ferita all’orgoglio ma produce conseguenze pratiche devastanti, perché un titolo sottovalutato rende di fatto impraticabili le operazioni di aumento di capitale e le acquisizioni carta contro carta, che rappresenterebbero invece le leve più naturali per una crescita per linee esterne e costringe l’azienda a finanziarsi con mezzi propri o con debito bancario, esattamente come se non fosse quotata, mentre la frustrazione si accumula e l’imprenditore, che si sente prigioniero di logiche di mercato che non comprendono né premiano i suoi sforzi, comincia a chiedersi se valga la pena sostenere i costi della trasparenza e del rapporto con gli investitori per un titolo che non svolge alcuna funzione di leva.

A ciò si aggiunge un ulteriore effetto depressivo, perché la scarsa liquidità e la bassa capitalizzazione disincentivano l’ingresso di quegli stessi investitori istituzionali che potrebbero contribuire a stabilizzare il titolo e a correggerne le distorsioni valutative, poiché i fondi preferiscono di gran lunga orientarsi verso società più grandi e più liquide, dove a parità di benefici percepiti il rischio risulta sensibilmente inferiore e così il circolo si chiude: il titolo rimane poco seguito, la valutazione resta compressa, l’impresa non riesce a utilizzare il mercato come leva di crescita, l’imprenditore accumula frustrazione e, alla fine, sempre più spesso considera il delisting non come una sconfitta ma come una liberazione, perché se la quotazione non offre né capitali a condizioni favorevoli né la possibilità di effettuare acquisizioni, mentre impone comunque tutti i costi amministrativi e di compliance, il bilancio complessivo diventa inevitabilmente negativo.

Questa dinamica rischia di trasformare il mercato azionario italiano in una trappola per le PMI, dove si entra con speranze di crescita e si esce con la convinzione che il gioco non valesse la candela, minando alle radici la fiducia nell’intero sistema e allontanando proprio quelle imprese che più avrebbero bisogno di capitale “paziente” e di visibilità per compiere il salto dimensionale di cui il paese ha disperatamente bisogno.

 

4.6 L’orizzonte temporale degli investitori e la tensione con le strategie industriali

Uno dei fattori più critici che emerge nelle dinamiche della quotazione è la profonda tensione tra l’orizzonte temporale proprio del mercato azionario, tradizionalmente orientato alla valutazione delle performance trimestrali e alla massimizzazione del valore nel breve periodo e quello, assai più esteso, necessario per lo sviluppo industriale e per la realizzazione di strategie di crescita complesse, che richiedono investimenti ingenti, sacrifici di redditività immediata e un ritorno economico che si manifesta soltanto nel medio-lungo termine. Questa pressione del breve periodo si manifesta in molteplici modalità, dalla volatilità del titolo in risposta a notizie contingenti, spesso prive di reale rilevanza per i fondamentali dell’impresa, alla sistematica penalizzazione delle scelte strategiche che comportano un incremento dell’indebitamento finanziario, come l’acquisizione di un concorrente o l’avvio di una nuova linea produttiva, anche quando tali scelte sono funzionali a progetti di crescita industrialmente solidi e finanziariamente sostenibili, fino alla difficoltà oggettiva di comunicare al mercato strategie complesse che richiedono tempo per essere comprese e apprezzate, poiché gli analisti tendono a privilegiare schemi interpretativi semplici e indicatori immediati; ne deriva che l’imprenditore il quale intenda perseguire un piano di sviluppo di medio-lungo periodo si trova costretto a gestire quotidianamente una duplice pressione: da un lato quella industriale, che richiede pazienza e visione strategica, dall’altro quella finanziaria, che esige risultati visibili e immediati. Con il risultato che la quotazione, anziché costituire un alleato per la crescita, si può trasformare in un vincolo che comprime le scelte manageriali e induce a privilegiare soluzioni tattiche di breve a discapito di investimenti strutturali.

A ciò quanto sopra evidenziato si aggiunge la difficoltà di attrarre capitali “pazienti”, ovvero quegli investitori istituzionali dotati di orizzonte temporale ampio e di una reale capacità di accompagnare il percorso di crescita dell’azienda senza pretendere ritorni immediati. Questa carenza appare particolarmente acuita nel panorama finanziario italiano, dove la presenza di investitori istituzionali risulta sensibilmente inferiore rispetto ad altri grandi paesi europei e ciò che colpisce ancor più è la clamorosa sottoesposizione dei fondi pensione italiani al mercato azionario domestico con una distorsione che limita drasticamente la disponibilità di capitale di lungo periodo per le imprese italiane e contribuisce in modo determinante alla scarsa liquidità complessiva del mercato, alimentando quella percezione di inadeguatezza che molti imprenditori esprimono.

In questo quadro, gli investitori di private equity appaiono spesso come interlocutori più congeniali, perché offrono un orizzonte temporale condiviso, un interlocutore unico dotato di discrezionalità decisionale e una forte focalizzazione sui risultati industriali, oltre a un piano strategico concertato che legittima la loro presenza e il loro intervento senza le distorsioni del consenso di mercato. Proprio per questo il ricorso a forme di finanziamento privato viene sempre più spesso considerato, da quanti hanno fatto esperienza della quotazione, come una via più adatta a sostenere le strategie di crescita industriale complesse, laddove il mercato azionario, con la sua incessante richiesta di visibilità immediata finisce invece per rivelarsi uno strumento poco efficace e talvolta controproducente per quelle imprese che intendono guardare oltre il prossimo trimestre e costruire valore nel lungo periodo.

 

4.7 I costi di mantenimento in assenza di adeguata valorizzazione

Un elemento cruciale emerso dalle interviste condotte per il Rapporto CONSOB 2026 è che l’incidenza dei costi di quotazione non può essere valutata in termini assoluti, ma va necessariamente rapportata alla capacità della società di raccogliere capitali e al valore che il mercato riconosce al titolo, poiché in un contesto di sottovalutazione sistematica e scarsa liquidità anche gli oneri di ordinaria gestione, come quelli relativi alla mera convocazione di un’assemblea o alla predisposizione dei comunicati obbligatori, finiscono per acquisire un peso sproporzionato, trasformando quelli che, per un’azienda con valutazioni adeguate, sarebbero costi fisiologici di mantenimento in un vero e proprio fardello insostenibile e questo perché l’imprenditore si trova a sostenere oneri monetari rilevanti senza ricevere in cambio né una adeguata valorizzazione della propria azienda, né la possibilità di accedere a capitali a condizioni favorevoli, con il risultato che il rapporto costi-benefici della quotazione si inverte progressivamente e la permanenza in Borsa perde ogni giustificazione economica.

A questi costi monetari si aggiunge poi un impegno organizzativo e temporale altrettanto significativo, poiché le imprese quotate devono gestire una reportistica trimestrale e semestrale con tempistiche rigide e improrogabili, mantenere un dialogo continuo con il mercato e con gli investitori istituzionali, rispondere tempestivamente alle richieste di chiarimenti e sottoporsi a controlli e a obblighi di disclosure che assorbono risorse umane e finanziarie preziose, distogliendo l’attenzione del management e del personale chiave dall’attività produttiva e gestionale, dalla supervisione dei processi industriali e dallo sviluppo di nuove linee di business. Questa dimensione organizzativa, spesso trascurata nelle analisi preliminari alla quotazione, si rivela con il tempo tanto più gravosa quanto più l’azienda è di dimensioni contenute e priva di una struttura amministrativa dedicata e specializzata.

Va inoltre considerato che la percezione dei costi regolamentari, spesso ancorata a una visione obsoleta e influenzata da esperienze pregresse o da racconti di altri imprenditori, continua a svolgere un ruolo decisivo nel condizionare la scelta di non quotarsi, poiché l’imprenditore italiano tende ad associare la quotazione a un insieme di oneri e adempimenti che, anche quando non corrispondono più alla realtà attuale dopo le riforme che hanno semplificato il quadro normativo per le PMI, rappresentano un fattore decisionale autonomo e persuasivo, capace di precludere a priori qualsiasi valutazione oggettiva dei benefici potenziali, sicché l’imprenditore che ritiene la quotazione un onere insostenibile semplicemente non la considera come opzione praticabile, indipendentemente dai dati oggettivi e dalle effettive condizioni di mercato.

In questo quadro, la combinazione di costi elevati e valorizzazione insufficiente rende la quotazione un’opzione economicamente svantaggiosa per molte PMI, che si trovano a sostenere oneri significativi per un beneficio che, in termini di visibilità, accesso al capitale e crescita dimensionale, non sempre si materializza e proprio per questo il delisting appare sempre più spesso come una scelta razionale e ponderata, finalizzata a liberare risorse finanziarie e organizzative per riconcentrarle sull’attività produttiva e sulla gestione industriale, restituendo all’imprenditore quella libertà d’azione e quella flessibilità strategica che la pressione del mercato e il peso degli adempimenti avevano progressivamente compresso.

 

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