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Credit Outlook 2026: il nuovo volto della fragilità nel credito corporate italiano – Analisi del Mid-Year Review di Cerved Rating Agency

Il contesto: quando lo shock geopolitico interrompe il consolidamento

A giugno 2026, il sistema creditizio italiano si trova a fare i conti con una realtà che pochi mesi prima appariva improbabile. La chiusura funzionale dello Stretto di Hormuz, verificatasi tra febbraio e marzo, ha strappato il mercato energetico mondiale alla sua relativa stabilità e ha interrotto bruscamente una fase di graduale miglioramento che sembrava consolidata. Cerved Rating Agency, nel suo Credit Outlook semestrale, offre una lettura che va oltre l’emergenza geopolitica per raccontare una storia più sottile: quella di equilibri che resistono, ma che si reggono su fondamenta meno solide di quanto i numeri aggregati lascino intuire.

Il report si distingue per un approccio integrato, che per la prima volta collega in modo sistematico il contesto macroeconomico, le condizioni del sistema bancario, la tenuta dei bilanci familiari e la solidità delle imprese non finanziarie. Non si tratta più di analizzare questi mondi separatamente, ma di comprendere come il rischio si trasmetta lungo una catena che, se interrotta in un punto, può generare effetti a cascata imprevisti.

La tesi centrale è quella di “equilibri fragili”: il sistema non è di fronte a una crisi sistemica imminente, ma a un innalzamento generalizzato del rischio accompagnato da una polarizzazione crescente tra soggetti resilienti e soggetti vulnerabili. Questa divergenza, che il report documenta con precisione, rende i tradizionali indicatori medi progressivamente meno utili per chi deve prendere decisioni di allocazione del capitale o di strutturazione del finanziamento.

 

L’energia: uno shock diverso dal 2022

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha determinato una contrazione dei transiti navali superiore al novanta per cento, privando i mercati di circa un quinto dell’offerta petrolifera mondiale. I prezzi del Brent hanno registrato un rialzo vertiginoso, avvicinandosi ai picchi del 2022. Eppure, come sottolinea l’analisi di Cerved, questo shock non è la semplice replica di quello vissuto tre anni prima.

Nel 2022, l’incremento dei prezzi di petrolio e soprattutto di gas naturale si era trasmesso rapidamente ai costi di produzione lungo tutta la filiera industriale, in un contesto di domanda post-pandemica ancora surriscaldata e supply chain congestionate. Oggi la dinamica è diversa: la tensione è prevalentemente concentrata sul petrolio, mentre i prezzi del gas registrano incrementi più contenuti, grazie alla diversificazione delle forniture europee e a livelli di stoccaggio ancora adeguati. Le aspettative di inflazione di medio termine restano relativamente stabili, segnalando che i mercati continuano a prezzare uno shock temporaneo piuttosto che una discontinuità strutturale.

Questa asimmetria ha conseguenze operative rilevanti per la valutazione del rischio di credito. Il pass-through energetico ai prezzi alla produzione varia significativamente per intensità e timing lungo la filiera: settori a monte come la raffinazione e i metalli base assorbono lo shock immediatamente, mentre comparti a valle come l’elettronica e la meccanica strumentale evidenziano ritardi che possono protrarsi fino a un anno. Per chi struttura operazioni di corporate finance, questa eterogeneità richiede un approccio differenziato nella gestione del rischio e nella negoziazione delle coperture.

 

Il sistema bancario: il paradosso del de-risking compiuto

Il sistema bancario italiano ha completato negli ultimi dieci anni uno dei processi di de-risking strutturale più significativi d’Europa. Lo stock di crediti deteriorati si è ridotto da oltre trecento miliardi di euro a meno di cinquanta, e il rapporto tra esposizioni problematiche e totale impieghi delle principali banche è sceso da livelli prossimi al diciassette per cento a poco più del due per cento. Questa trasformazione, sostenuta da cessioni di portafogli e da una profonda riorganizzazione dei processi di recupero, ha cambiato radicalmente la configurazione del rischio nel sistema.

Il paradosso è che la riduzione dello stock storico di deteriorato ha spostato l’attenzione verso una tipologia di rischio più difficile da rilevare e gestire: il credito performing che, pur non essendo in sofferenza, mostra un significativo incremento del rischio di credito nel framework contabile di riferimento. Queste esposizioni, ammontanti a circa centosessanta miliardi di euro, rappresentano oggi il principale bacino potenziale di nuova formazione di crediti deteriorati.

La criticità emerge con particolare evidenza quando si analizza la distribuzione per modello di business. Le banche meno significative e territoriali presentano un’incidenza di crediti problematici quasi tripla rispetto alle grandi banche, e la loro minore capacità di crescita degli impieghi le rende più esposte a un eventuale deterioramento del contesto macroeconomico. La gestione tempestiva di queste posizioni, attraverso monitoraggio continuo e ristrutturazioni anticipate, diventa il fattore discriminante per la qualità prospettica degli attivi.

Sul fronte della domanda e offerta di credito, il segnale è di cautela crescente. La domanda di finanziamento da parte delle imprese, che aveva mostrato segni di ripresa nel corso del 2025, ha iniziato a segnalare segni di attenuazione per effetto del calo degli investimenti fissi e del maggiore ricorso all’autofinanziamento in un contesto di elevata incertezza. Parallelamente, gli istituti di credito prospettano un ulteriore irrigidimento degli standard di accesso al finanziamento, con particolare selettività verso i settori più esposti alla volatilità dei costi energetici e al rallentamento della domanda internazionale.

 

Le imprese: solidità apparente e vulnerabilità nascoste

L’analisi del profilo finanziario delle imprese non finanziarie nel campione Cerved mostra un miglioramento strutturale rispetto al periodo pre-pandemico, ma con vulnerabilità che i valori aggregati tendono a mascherare. I margini operativi si sono ripresi, il rapporto tra debito e redditività si è ridotto significativamente, e la generazione di cassa ha mostrato un marcato recupero. Tuttavia, l’incremento dei tassi di interesse ha compresso la capacità delle imprese di far fronte agli oneri finanziari, e una quota rilevante del tessuto produttivo mostra indicatori di fragilità persistente.

La vera novità del report risiede nell’analisi delle dinamiche settoriali e nella documentazione di una tendenza che Cerved definisce “dispersione crescente del rischio”. Negli ultimi anni, il rischio di credito delle imprese italiane è diventato progressivamente meno uniforme: settori che fino a poco tempo fa tendevano a muoversi in modo relativamente sincronizzato mostrano oggi traiettorie sempre più divergenti. Questa dispersione, misurata attraverso la variabilità degli indici di miglioramento del merito creditizio tra comparti, è in accelerazione costante e ha raggiunto livelli record.

Alla base di questa crescente divergenza vi sono l’esposizione differenziata agli shock energetici, la frammentazione del commercio internazionale e la diversa capacità delle imprese di trasferire i costi, adattare le supply chain e preservare i margini. Per chi opera nel corporate finance, questa dinamica implica che i benchmark settoriali medi diventano strumenti sempre meno adeguati per il pricing del rischio: la selezione attiva, fondata sull’analisi approfondita dei singoli emittenti, diventa indispensabile.

L’analisi delle azioni di revisione del rating nel periodo pregresso offre un’ulteriore conferma di questa non-linearità. Le condizioni più favorevoli per la qualità del credito non si verificano né in presenza di forti rialzi né di bruschi cali dei prezzi energetici, ma in scenari di relativa stabilità. Questo suggerisce che la volatilità stessa, più della direzione del movimento dei prezzi, è il fattore che erode la capacità delle imprese di pianificare e di mantenere relazioni commerciali stabili.

 

Prospettive di rischio: due scenari, un’unica direzione

Le proiezioni del report sono ancorate a due scenari macroeconomici plausibili. Nello scenario base, ritenuto più probabile, si ipotizza una graduale de-escalation delle tensioni nello Stretto di Hormuz a partire dall’estate, con un conseguente riassorbimento del premio al rischio energetico. In questo contesto, la probabilità di default media delle imprese italiane registrerebbe un incremento contenuto, inferiore ai picchi osservati nel periodo pandemico.

Nello scenario avverso, caratterizzato da uno shock energetico persistente e da condizioni finanziarie più restrittive, il deterioramento sarebbe più marcato, con una crescente polarizzazione tra operatori strutturalmente resilienti e soggetti vulnerabili. Anche in questo caso, tuttavia, il sistema nel suo complesso non raggiungerebbe livelli di stress paragonabili a quelli delle crisi precedenti, grazie alla solidità patrimoniale accumulata negli ultimi anni.

La distribuzione prospettica del rischio evidenzia una tendenza che il report considera strutturale: la quota di imprese con merito creditizio di alta qualità si riduce progressivamente passando dallo scenario base a quello avverso, mentre aumenta il peso delle controparti posizionate nelle fasce di rischio intermedio. Questo spostamento della distribuzione, più che l’incremento della probabilità di default media, rappresenta il vero segnale di allarme per la stabilità del sistema.

 

Focus settoriali: vincitori e perdenti di una nuova fase

Il report approfondisce sei comparti strategici, offrendo una mappa dettagliata delle forze e delle fragilità in gioco. Emergono tre aree di interesse per chi opera nel corporate finance.

I settori con outlook positivo o stabile condividono alcune caratteristiche: domanda strutturalmente resiliente, elevata capacità di trasferimento dei costi ai prezzi, minima dipendenza dalla volatilità energetica. La farmaceutica, in particolare, si distingue per un profilo di rischio in controtendenza rispetto al quadro generale, sostenuta da dinamiche di domanda poco influenzate dal ciclo economico e da un’espansione dell’export che ha toccato livelli record. Analogamente, i servizi di fornitura idrica e gestione rifiuti beneficiano della natura difensiva del business e della stabilità dei flussi di cassa.

Ai poli opposti, settori come la chimica e i trasporti mostrano profili di rischio in deterioramento. La chimica soffre la sua esposizione diretta alla volatilità dei costi energetici e a un profilo di generazione di cassa già storicamente instabile. I trasporti, caratterizzati da margini strutturalmente ridotti e da un elevato fabbisogno di capitale, vedono amplificata la propria vulnerabilità dalla volatilità dei carburanti e dai noli.

Il settore automotive merita una menzione a parte, per la gravità della crisi strutturale che lo attraversa. La produzione nazionale di veicoli ha toccato i minimi degli ultimi venticinque anni, e il principale gruppo industriale del paese ha avviato una profonda revisione dei piani produttivi. La componentistica tradizionale, legata ai motori a combustione interna, rischia l’obsolescenza accelerata, mentre la transizione elettrica richiede investimenti che molte piccole e medie imprese non possono sostenere autonomamente. In questo contesto, le operazioni di consolidamento e le joint venture con operatori internazionali appaiono come le uniche vie percorribili per una parte significativa del tessuto produttivo.

 

Implicazioni per la pratica del corporate finance

Il Credit Outlook 2026 offre diversi spunti di riflessione per i professionisti del settore, sia in ottica di advisory che di gestione del rischio.

La crescente dispersione settoriale impone un superamento degli approcci basati esclusivamente su benchmark medi di mercato. Il pricing del debito corporate e la strutturazione delle garanzie devono incorporare un’analisi granulare del pass-through energetico specifico di ciascuna filiera, riconoscendo che la velocità e l’intensità di trasmissione delle variazioni dei costi energetici differiscono in modo significativo tra settori a monte e a valle.

Per le banche e gli investitori istituzionali, la qualità prospettica del credito dipende sempre mene dallo stock di esposizioni deteriorate e sempre più dalla capacità di intercettare tempestivamente le migrazioni verso posizioni di maggiore rischio. L’intervento anticipato, fondato su monitoraggio continuo e ristrutturazioni proattive, diventa un fattore competitivo chiave in un mercato dove il deterioramento graduale sostituisce il default improvviso come principale fonte di perdite.

La frammentazione del commercio globale e la volatilità dei costi logistici impongono inoltre una rinegoziazione dei contratti con fornitori e clienti, con maggiore enfasi sulla localizzazione e sulla diversificazione geografica delle fonti di approvvigionamento. Le operazioni di M&A in settori esposti a queste dinamiche richiedono una due diligence che vada oltre l’analisi storica dei conti per incorporare scenari di stress sulle supply chain.

 

Conclusioni: la selezione del rischio come unica strategia

Il Credit Outlook 2026 costituisce un segnale di allarme temperato ma inequivocabile: il ciclo di miglioramento del credito corporate italiano si è interrotto, anche se non invertito. La solidità accumulata negli ultimi anni rappresenta un ammortizzatore efficace per le imprese che hanno saputo costruirla, ma non elimina la vulnerabilità di chi si trova in posizioni di fragilità pregressa.

La novità del contesto attuale risiede nella natura diffusa e latente del rischio. Non si tratta di una crisi sistemica con default generalizzati, ma di una progressiva erosione dei margini di sicurezza che rende il sistema più sensibile a shock ulteriori. La dispersione crescente del rischio tra settori, dimensioni aziendali e aree geografiche richiede un approccio di selezione attiva che sappia distinguere, all’interno di macro-categorie apparentemente omogenee, le controparti resilienti da quelle vulnerabili.

Per chi opera nel corporate finance, il messaggio è chiaro: in un contesto di equilibri fragili, la capacità di generare valore dipende sempre meno dalla leva finanziaria e sempre più dalla qualità dell’analisi del rischio idiosincratico. Gli strumenti tradizionali mostrano limiti crescenti, e la costruzione di portafogli resilienti richiede un framework di valutazione multidimensionale che integri analisi di pass-through energetico, stress test non lineari e valutazione della resilienza della domanda finale.

Il sistema italiano affronta la seconda metà del 2026 da una posizione più solida rispetto alle crisi recenti, ma in un contesto in cui la selezione del rischio diventa progressivamente più rilevante. La capacità di distinguere tra settori, singole imprese ed esposizioni sarà il fattore critico per chi valuta e gestisce il merito di credito in questa fase del ciclo.

 

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