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Perché il board deve imparare a leggere il valore nascosto: analisi del documento “Management of non-financial information” di PWC

Le informazioni non finanziarie stanno progressivamente abbandonando la sfera della mera rendicontazione per collocarsi al centro della strategia aziendale. Per i Consigli di Amministrazione, la questione non riguarda più se misurare gli impatti ambientali e sociali dell’impresa, quanto piuttosto come tradurre tali misurazioni in decisioni effettive di governance. Si tratta di uno spostamento concettuale tutt’altro che marginale, che investe il modo stesso in cui il vertice aziendale intende il proprio mandato fiduciario nei confronti degli azionisti e, più in generale, degli stakeholder.

 

Un cambio di paradigma

Per lungo tempo, la disclosure non finanziaria è stata considerata un adempimento di natura essenzialmente regolamentare: un allegato al bilancio, una sezione dedicata alla sostenibilità, talvolta un documento separato destinato a soddisfare le attese degli stakeholder più sensibili a queste tematiche. In questa impostazione tradizionale, la funzione della disclosure era prevalentemente comunicativa e difensiva: dimostrare la conformità a standard esterni, prevenire critiche reputazionali, rispondere a richieste normative crescenti. Il dato non finanziario viveva, per così dire, in un binario parallelo rispetto ai processi decisionali che effettivamente orientavano l’allocazione delle risorse.

Le aziende più avanzate stanno oggi capovolgendo questa impostazione. Le informazioni relative al clima, alle risorse naturali, al capitale umano e ai diritti lungo la catena di fornitura non costituiscono più semplici dati da pubblicare a posteriori, bensì elementi decisionali da integrare nei processi di pianificazione strategica e nel controllo di gestione, al pari degli indicatori finanziari tradizionali. Il dato ambientale sulla intensità energetica di un processo produttivo, per fare un esempio concreto, non serve più soltanto a compilare un capitolo del bilancio di sostenibilità, ma diventa un input diretto nelle decisioni relative agli investimenti in impianti, nella definizione dei prezzi di trasferimento interni al gruppo, nella valutazione dei fornitori.

Questo passaggio produce conseguenze dirette sulla governance societaria. Al Consiglio è richiesto un esercizio di supervisione che non si limiti alla verifica formale della correttezza dei report, ma che si estenda alla qualità delle informazioni prodotte e alla loro effettiva capacità di orientare le scelte di medio e lungo periodo. In altri termini, il Board è chiamato a evolvere da un approccio prevalentemente orientato al reporting a uno più propriamente orientato al processo decisionale. Questa evoluzione richiede competenze nuove in seno al Consiglio, sistemi informativi più sofisticati e, non da ultimo, un cambiamento culturale che investe l’intera organizzazione, dal management esecutivo fino ai livelli operativi dove i dati vengono effettivamente generati.

 

I framework di riferimento

Governare questo processo richiede anzitutto la disponibilità di un linguaggio condiviso, capace di rendere confrontabili informazioni eterogenee per natura, orizzonte temporale e grado di certezza. Il panorama delle linee guida internazionali è per questo motivo particolarmente articolato, ma quattro framework si impongono come punti di riferimento imprescindibili per un approccio strutturato, ciascuno con una propria logica interna e un proprio pubblico di destinazione privilegiato.

Il Framework Internazionale dell’Integrated Reporting Council propone una visione olistica della creazione di valore, sviluppata attraverso sei categorie di capitale: finanziario, manifatturiero, intellettuale, umano, sociale e relazionale, naturale. Tale schema risulta particolarmente utile per i CdA poiché sposta l’attenzione dal risultato contabile isolato al processo che lo genera, evidenziando come i capitali non finanziari costituiscano input essenziali della catena del valore e non semplici esternalità da gestire separatamente. Il pregio principale di questo approccio risiede nella sua capacità narrativa: consente al Board di ricostruire una storia coerente su come l’impresa trasforma risorse eterogenee in valore duraturo, superando la frammentazione tipica dei report settoriali.

Gli Standard SASB si concentrano sui fattori ambientali, sociali e di governance suscettibili di produrre un impatto finanziario rilevante nel tempo e rappresentano uno strumento privilegiato per il dialogo con gli investitori e per l’analisi di materialità finanziaria. La loro caratteristica distintiva è la settorializzazione: gli indicatori proposti variano significativamente da industria a industria, riconoscendo che i temi materiali per una compagnia mineraria sono radicalmente diversi da quelli rilevanti per una banca o per un’azienda tecnologica. Questo grado di specificità li rende particolarmente apprezzati dagli analisti finanziari, ma richiede al Consiglio uno sforzo di comprensione settoriale non banale.

I GRI Standards privilegiano invece l’impatto dell’azienda sull’economia, sull’ambiente e sulla società, rispondendo a una logica di accountability più ampia e meno strettamente legata alla materialità finanziaria in senso stretto. Sono lo standard più diffuso a livello globale per la rendicontazione di sostenibilità e offrono al Board una fotografia più completa, anche se talvolta meno immediatamente traducibile in termini di impatto sul valore d’impresa. Le raccomandazioni della Task Force on Climate related Financial Disclosures hanno infine consolidato l’idea che il rischio climatico debba essere considerato un rischio finanziario a tutti gli effetti, da governare con gli stessi strumenti propri del risk management tradizionale, articolandosi attorno a quattro pilastri: governance, strategia, gestione del rischio, metriche e obiettivi.

L’armonizzazione di questi framework, piuttosto che la loro applicazione in compartimenti separati, costituisce una delle prime responsabilità del CdA, chiamato ad assicurare che l’azienda non produca report paralleli e tra loro incongruenti, magari redatti da funzioni diverse con logiche e perimetri non allineati, ma costruisca un sistema informativo integrato e coerente con la strategia complessiva. Questo lavoro di armonizzazione non è un mero esercizio tecnico affidabile agli uffici di sostenibilità: richiede un indirizzo esplicito da parte del vertice, poiché implica scelte di priorità tra temi e framework che hanno ricadute dirette sulla reputazione e sulla credibilità dell’informativa aziendale.

 

La materialità come duplice prospettiva

Un concetto che emerge con particolare forza e che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nel dibattito regolamentare europeo è quello di doppia materialità. Da un lato, il Board deve monitorare in che modo l’ambiente e la società influenzano l’azienda: il rischio climatico che minaccia gli asset produttivi, la scarsità delle risorse che può alterare la struttura dei costi, la reputazione legata al rispetto dei diritti umani nella catena di fornitura, con le conseguenti implicazioni su accesso al credito e costo del capitale. Questa prima dimensione, nota come materialità finanziaria, è quella storicamente più familiare ai CdA, abituati a ragionare in termini di rischi e opportunità che incidono sul valore economico dell’impresa.

Dall’altro lato, il Consiglio deve valutare l’impatto che l’azienda stessa genera sull’ambiente e sulla società, indipendentemente dal fatto che tale impatto si traduca, nel breve periodo, in un effetto misurabile sui risultati finanziari. Questa seconda dimensione, spesso trascurata nelle boardroom tradizionali proprio perché meno immediatamente riconducibile a una logica di rischio o opportunità economica, assume oggi un ruolo centrale per la creazione di valore condiviso e per la legittimazione sociale dell’impresa presso comunità, regolatori e opinione pubblica. Un’azienda che genera un impatto negativo significativo su una comunità locale, anche in assenza di un rischio finanziario immediato e quantificabile, si espone infatti a conseguenze di lungo periodo che possono manifestarsi in forme diverse: restrizioni normative, perdita di licenza sociale a operare, difficoltà nell’attrarre talenti.

La materialità non è dunque un esercizio statico di identificazione dei temi rilevanti, da svolgersi una tantum e poi archiviare, ma un processo dinamico che collega la strategia aziendale alle trasformazioni del contesto naturale e sociale, richiedendo un aggiornamento periodico e un dialogo costante con gli stakeholder. Tra i temi che richiedono maggiore attenzione figurano ormai in modo consolidato il cambiamento climatico e le emissioni di gas serra, l’uso di energia e materie prime, la biodiversità, l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, temi che si intrecciano tra loro in filiere sempre più complesse e globalizzate. Sul versante sociale, occupano una posizione di primo piano il capitale umano, la salute e sicurezza sul lavoro, la diversità e l’inclusione, i diritti umani e le relazioni con le comunità locali, ambiti nei quali le aspettative sociali si sono fatte negli ultimi anni particolarmente stringenti.

 

Tre driver strategici

Per quale ragione il Consiglio dovrebbe investire risorse, tempo e attenzione nella misurazione avanzata di questi fattori, superando l’approccio minimale di conformità normativa? La risposta può essere articolata attorno a tre driver strategici tra loro interconnessi, ciascuno dei quali merita un approfondimento specifico.

Il primo è la gestione del rischio. Le informazioni non finanziarie consentono di identificare minacce che il bilancio tradizionale non è in grado di cogliere, poiché quest’ultimo fotografa per sua natura eventi passati e già consolidati in termini contabili: la vulnerabilità della catena di fornitura a eventi climatici estremi, che possono interrompere la produzione o far lievitare i costi logistici; i rischi reputazionali connessi a violazioni dei diritti umani presso fornitori terzi, con effetti a catena su clienti e investitori; i rischi operativi derivanti dalla scarsità idrica in aree geografiche critiche o dalla dipendenza da materie prime non sostenibili soggette a crescente volatilità di prezzo e disponibilità. Un Consiglio che padroneggia questi dati è nella condizione di anticipare scenari futuri, costruire resilienza organizzativa e, in ultima analisi, ridurre il costo del capitale grazie a una percezione più favorevole del rischio da parte di finanziatori e investitori istituzionali.

Il secondo driver riguarda il miglioramento operativo. La misurazione dei consumi energetici, dell’utilizzo dell’acqua, dei rifiuti prodotti e dell’efficienza delle risorse umane genera informazioni preziose per l’ottimizzazione dei processi e la riduzione dei costi, spesso con tempi di ritorno dell’investimento assai più rapidi di quanto comunemente si ritenga. La sostenibilità si configura così come un motore di efficienza, e non come un costo aggiuntivo da sostenere per ragioni puramente reputazionali. Numerose esperienze aziendali dimostrano come programmi strutturati di riduzione degli sprechi, di efficientamento energetico o di ottimizzazione logistica producano benefici economici tangibili e misurabili nel giro di pochi esercizi, oltre a rafforzare la resilienza operativa complessiva dell’organizzazione.

Il terzo driver attiene all’opportunità e all’innovazione. Il trattamento dei rifiuti come nuova risorsa nell’ambito di modelli di economia circolare, lo sviluppo di prodotti a basso impatto ambientale capaci di intercettare una domanda di mercato in crescita e la capacità di attrarre e trattenere talenti grazie a politiche inclusive e a una cultura aziendale percepita come responsabile, rappresentano tutte leve di crescita competitiva che vanno ben oltre la semplice mitigazione del rischio. Il Consiglio capace di leggere questi segnali con anticipo può orientare l’azienda verso nuovi mercati, nuovi modelli di business e nuove forme di partnership lungo la catena del valore, posizionando l’impresa in modo vantaggioso rispetto a concorrenti meno reattivi.

 

Dal dato all’impatto: il “logic model”

Uno strumento concettuale particolarmente utile alla governance, mutuato dalla tradizione della valutazione dei programmi sociali e progressivamente adottato anche in ambito corporate, è il “logic model”, che ricostruisce la catena del valore dalla fase di input fino all’impatto sociale ed economico finale. Il modello distingue cinque stadi concettualmente separati, benché in pratica strettamente interconnessi.

L’input comprende i capitali finanziari e non finanziari a disposizione dell’azienda: le risorse economiche, ma anche le competenze del capitale umano, le relazioni con i fornitori, il patrimonio di conoscenza accumulato, le risorse naturali impiegate nei processi produttivi. Le attività corrispondono al modello di business che trasforma questi input, ovvero ai processi produttivi, organizzativi e commerciali attraverso cui l’azienda genera i propri prodotti e servizi. L’output riguarda i risultati operativi immediati e direttamente osservabili di tali attività, come le emissioni generate, il numero di dipendenti formati o le tonnellate di rifiuti prodotti: si tratta del livello di misurazione più elementare e più diffuso nelle prassi aziendali correnti.

L’outcome descrive gli effetti di medio termine di tali output, quali la riduzione del consumo idrico per unità prodotto conseguita grazie a un programma di efficientamento, o l’incremento delle competenze interne generato da un piano di formazione strutturato: qui la misurazione si fa già più complessa, poiché richiede di isolare l’effetto specifico dell’intervento aziendale da altri fattori concomitanti. L’impact, infine, rappresenta il cambiamento sociale ed economico nel lungo periodo, come i costi sociali evitati grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico in un determinato territorio, o i benefici generati per l’intera comunità attraverso lo sviluppo del capitale umano e la creazione di opportunità occupazionali qualificate.

La maggior parte delle aziende si arresta alla misurazione degli output, per ragioni comprensibili legate alla relativa semplicità di rilevazione e alla disponibilità di dati già presenti nei sistemi gestionali esistenti. Le organizzazioni più avanzate riescono invece a valutare gli outcome e, in alcuni casi più maturi e metodologicamente sofisticati, a stimare l’impact, ricorrendo a tecniche di valutazione controfattuale o a modelli di attribuzione dell’effetto. Per il Consiglio, ciò significa che l’attività di supervisione non può limitarsi a verificare il raggiungimento dei target operativi di breve periodo, per quanto importante questo controllo rimanga, ma deve interrogarsi con maggiore profondità su quale valore di lungo periodo tali risultati stiano effettivamente generando per l’azienda e per la società nel suo complesso.

 

La monetizzazione come linguaggio comune tra impresa e società

Il passaggio più ambizioso, e probabilmente più necessario per la corporate governance contemporanea, consiste nella conversione degli impatti non finanziari in valore monetario. Quando un’azienda riesce a esprimere in termini economici l’impatto ambientale della propria catena di fornitura, ad esempio stimando il costo sociale delle emissioni evitate o generate, oppure il valore sociale prodotto dal capitale umano attraverso indicatori di produttività e di benessere organizzativo, costruisce un linguaggio comune capace di mettere in dialogo la sostenibilità e la finanza, superando quella distanza concettuale che per anni ha relegato i due ambiti a competenze e funzioni separate.

Questo processo, noto come “impact valuation”, non costituisce un mero esercizio contabile fine a sé stesso, né tantomeno un’operazione di facciata destinata a impreziosire la comunicazione esterna. Si tratta piuttosto di uno strumento decisionale che consente al CdA di confrontare in modo omogeneo investimenti differenti per natura, come ad esempio un investimento in efficientamento energetico rispetto a uno in formazione del personale, di allocare le risorse in modo più consapevole tenendo conto di esternalità altrimenti invisibili ai sistemi contabili tradizionali e di comunicare con investitori e stakeholder secondo una logica di creazione di valore condiviso, fondata su metriche verificabili piuttosto che su affermazioni generiche.

La monetizzazione rende esplicito ciò che altrimenti rimarrebbe implicito, ossia il legame tra responsabilità sociale e performance economica. Va tuttavia riconosciuto che questo processo comporta scelte metodologiche non neutrali, relative in particolare ai prezzi ombra da applicare a beni privi di un mercato esplicito, come la qualità dell’aria o la biodiversità, e richiede pertanto un esercizio di prudenza metodologica e trasparenza sulle ipotesi adottate, affinché il Consiglio possa realmente fidarsi dei numeri prodotti e utilizzarli come base per decisioni robuste.

 

Le sfide per il Consiglio

L’integrazione delle informazioni non finanziarie nella governance presenta tuttavia ostacoli significativi, che è opportuno affrontare con realismo piuttosto che minimizzare in nome di un entusiasmo di facciata verso la sostenibilità.

Il primo riguarda la qualità e la comparabilità dei dati. Molte aziende raccolgono un numero crescente di indicatori, spesso in risposta a richieste normative o a questionari di rating provenienti da soggetti esterni, ma pochi sistemi informativi risultano sufficientemente robusti da supportare analisi di scenario, proiezioni prospettiche e confronti affidabili nel tempo. La qualità del dato non finanziario, a differenza di quello contabile, non beneficia ancora di un impianto di controlli interni altrettanto consolidato e questo espone l’azienda al rischio di pubblicare informazioni non pienamente verificabili, con conseguenze reputazionali e, in alcune giurisdizioni, anche legali.

Il secondo ostacolo è rappresentato dalla frammentazione delle responsabilità interne. Le funzioni sostenibilità, risk management, finanza e risorse umane operano frequentemente in compartimenti separati, con sistemi informativi non integrati, linguaggi differenti e, talvolta, obiettivi di performance non allineati tra loro. Il Consiglio deve garantire che l’informazione non finanziaria attraversi effettivamente i confini funzionali e alimenti il processo decisionale centrale, inclusi la pianificazione del budget, la valutazione degli investimenti e i sistemi di incentivazione del management, evitando che rimanga confinata in report separati privi di reale influenza sulle scelte operative.

Il terzo ostacolo riguarda l’orizzonte temporale. Gli impatti sul capitale naturale e sociale si manifestano tipicamente nel medio-lungo periodo, spesso oltre l’orizzonte di un singolo mandato consiliare, mentre i mercati finanziari e i sistemi di controllo di gestione restano spesso ancorati a cicli trimestrali o annuali, con il rischio di penalizzare sistematicamente gli investimenti a beneficio differito. Al Consiglio spetta il compito, tutt’altro che agevole, di allungare la prospettiva strategica dell’organizzazione, introducendo metriche e obiettivi capaci di guardare oltre il trimestre o l’esercizio in corso e di resistere alle pressioni di breve periodo quando queste risultano in contrasto con la creazione di valore sostenibile nel tempo.

 

Uno strumento operativo: la misurazione strutturata del capitale invisibile

Le difficoltà appena richiamate, relative alla qualità dei dati, alla frammentazione delle responsabilità interne e alla ristrettezza dell’orizzonte temporale, potrebbero indurre a pensare che un approccio strutturato alle informazioni non finanziarie sia alla portata soltanto delle grandi imprese quotate, dotate di funzioni dedicate e di budget consistenti da destinare alla rendicontazione. L’esperienza mostra tuttavia che strumenti applicativi pensati per la piccola e media impresa possono colmare in buona parte questo divario, traducendo i principi generali fin qui esposti in un percorso di misurazione concreto e accessibile.

Un esempio in questo senso è rappresentato dall’applicazione “Capitale Invisibile” che abbiamo sviluppato nel sistema operativo MasterBANK, che accompagna l’imprenditore nella rilevazione sistematica delle informazioni che il bilancio tradizionale non è in grado di restituire. Lo strumento organizza la raccolta dei dati in dieci aree, dalla governance e gli adeguati assetti fino a persone, clienti, fornitori, innovazione, sicurezza, ambiente, continuità aziendale e reputazione, richiedendo in ciascuna di esse risposte oggettive, numeriche o comunque documentabili e non valutazioni soggettive affidate a percezioni non verificabili. Questa impostazione risponde direttamente al problema della qualità del dato: ogni voce del questionario distingue infatti se una determinata prassi sia semplicemente documentata, oppure documentata e monitorata nel tempo, restituendo così una fotografia realistica del grado di maturità organizzativa dell’impresa e non una autovalutazione compiacente.

I vantaggi che l’imprenditore ottiene da un percorso di questo tipo sono molteplici e si collocano esattamente lungo le direttrici discusse in precedenza. Sul piano della gestione del rischio, la mappa dei capitali invisibili e la relativa heatmap rischio-valore consentono di individuare con immediatezza le aree più fragili, quali una eccessiva concentrazione del fatturato su pochi clienti, la dipendenza da figure chiave prive di sostituti formati, o un monitoraggio ambientale ancora informale, permettendo di intervenire prima che tali fragilità si traducano in perdite effettive. Sul piano del dialogo con il sistema bancario e finanziario, lo strumento traduce le evidenze raccolte in indicatori sintetici pensati per essere immediatamente comprensibili da un istituto di credito, quali il punteggio di bancabilità e la stima del valore d’impresa, offrendo così all’imprenditore un linguaggio comune con i propri interlocutori finanziari, spesso più esigenti nella valutazione degli assetti organizzativi a seguito delle riforme sulla crisi d’impresa.

Non meno rilevante è la componente prospettica dello strumento, che non si limita a fotografare la situazione attuale ma stima anche uno scenario a novanta o centottanta giorni, calcolato sull’ipotesi che le principali evidenze mancanti vengano colmate e che i monitoraggi periodici vengano effettivamente attivati. Questa funzionalità trasforma la misurazione da un esercizio meramente diagnostico a un vero e proprio piano d’azione, coerentemente con l’esigenza, già sottolineata, di superare un approccio di sola rendicontazione a favore di un approccio orientato alla decisione. L’elenco di azioni prioritarie suggerite, articolato per area e accompagnato da una relazione generata con il supporto dell’intelligenza artificiale, restituisce infine all’imprenditore non soltanto una diagnosi, ma un percorso di miglioramento concreto e sequenziato, alla portata anche di organizzazioni prive di funzioni di sostenibilità o di controllo di gestione pienamente strutturate.

 

Conclusione

Le informazioni non finanziarie stanno ridefinendo il perimetro del valore aziendale, spostando progressivamente il baricentro della governance da una logica di conformità a una logica di creazione di valore integrato. Per i Consigli di Amministrazione, la posta in gioco è considerevole: non si tratta di aggiungere un ulteriore capitolo al report annuale, magari redatto da consulenti esterni e approvato con scarso approfondimento in sede consiliare, ma di costruire un ponte solido tra la strategia e la sostenibilità, tra il bilancio d’esercizio e quello che potremmo definire il bilancio del futuro.

Il Consiglio che saprà leggere e governare questi dati con la stessa serietà metodologica riservata da sempre alle informazioni contabili non risulterà soltanto più conforme alle attese regolamentari e degli investitori istituzionali, sempre più esigenti su questo fronte, ma sarà anche maggiormente in grado di guidare l’azienda in un contesto competitivo nel quale la creazione di valore finanziario appare ormai inseparabile dalla prosperità del capitale naturale e sociale che, in ultima analisi, la rende possibile.

 

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