
Leggere un report di mercato come un elenco di record, quante operazioni, quanto valore, quale multiplo, è comodo ma fuorviante: i numeri di un singolo semestre dicono poco se non vengono collocati in una cornice interpretativa. Questo commento prova a fare l’operazione opposta rispetto a un report tradizionale: parte dai dati, ma li usa come pretesto per raccontare come funziona davvero il mercato italiano delle acquisizioni, quali errori commettono più spesso chi compra e chi vende e cosa cambia per un’azienda a seconda di dove si colloca, per settore, dimensione e geografia, in questo ecosistema.
Il primo semestre del 2026 racconta la storia di due mercati che convivono sotto la stessa etichetta. Il primo è quello che si legge sui giornali: poche decine di operazioni molto grandi, spesso a sfondo industriale o infrastrutturale, capaci da sole di spostare il valore complessivo del semestre. Il secondo è invisibile alla gran parte degli osservatori ma è quello che davvero definisce il tessuto imprenditoriale italiano: migliaia di piccole e medie imprese che cambiano proprietario ogni trimestre, con una regolarità che i titoli di giornale non raccontano mai.
Il dato più interessante non è la dimensione dell’uno o dell’altro livello, ma la loro indipendenza: il numero di operazioni resta pressoché identico da un trimestre all’altro, mentre il valore complessivo può dimezzarsi semplicemente perché in un trimestre si chiudono meno mega-deal. Chi guarda solo al valore aggregato rischia quindi di scambiare per un rallentamento del mercato quella che in realtà è solo l’assenza episodica di poche operazioni molto grandi. Il motore delle piccole e medie imprese, fatto in larghissima parte di S.r.l. familiari o a controllo ristretto, prosegue il suo corso indipendentemente dal ciclo dei grandi capitali.
Questa dualità non è un dettaglio statistico, ma cambia il modo in cui va letta ogni notizia di mercato. Quando la stampa finanziaria titola su un semestre debole per l’M&A italiano, sta quasi sempre descrivendo l’andamento del livello visibile, quello dei mega-deal, delle cessioni di grandi gruppi, delle operazioni cross-border, non l’andamento del mercato nel suo complesso. Un imprenditore che segue queste notizie per farsi un’idea di quanto sia il momento giusto per vendere la propria azienda rischia di orientarsi su un segnale che non lo riguarda: il ciclo dei grandi capitali sovrani e industriali ha una logica sua, legata a decisioni di portafoglio, dismissioni pianificate con anni di anticipo, opportunità geopolitiche; il ciclo delle PMI risponde invece a fattori più stabili nel tempo, come i passaggi generazionali, la ricerca di scala da parte di operatori locali, la necessità di consolidare filiere frammentate.
Per un imprenditore o un manager, la lezione pratica è che il proprio settore può apparire fermo sui giornali e restare invece molto attivo sul piano delle transazioni reali: la liquidità del mercato PMI non va misurata guardando alle prime pagine, ma osservando quante aziende simili alla propria cambiano effettivamente proprietà. Vale anche il contrario: un settore molto citato per un paio di mega-deal recenti non è automaticamente un settore dove è facile vendere un’azienda di dimensioni medie, perché la domanda che ha generato quei titoli di giornale è spesso concentrata su pochissimi acquirenti con esigenze molto specifiche, non replicabile su scala più piccola.
Confrontando il report YunioAI con quello di un tracker istituzionale come KPMG, emerge un divario enorme nel numero di operazioni censite, pochi centri su mille, a favore del dataset più ampio e, novità di questa edizione, anche nel valore complessivo, che per la prima volta risulta superiore rispetto a quello del tracker ufficiale. Questo secondo aspetto è significativo: non si tratta più soltanto di catturare una lunga coda di operazioni piccole e poco visibili, ma anche di intercettare transazioni di dimensione rilevante che restano comunque fuori dal radar dei report tradizionali.
La ragione di fondo è che i tracker ufficiali si basano su soglie di rilevanza e visibilità pubblica, pubblicano cioè ciò che emerge da comunicati stampa e mandati di advisory riconosciuti, mentre un dataset costruito bottom-up, a partire dalle fonti camerali e notarili, intercetta anche ciò che non viene mai comunicato ufficialmente. Non è quindi una differenza di soglie regolamentari o antitrust, ma di soglie di visibilità: il mercato ufficiale e il mercato reale sono due fotografie dello stesso fenomeno scattate con obiettivi diversi.
Vale la pena soffermarsi su cosa significhi, in pratica, questa differenza di obiettivo. Un report costruito su comunicati stampa e mandati di advisory tende a fotografare bene le operazioni in cui è coinvolto un consulente di primo piano, un fondo internazionale, o un gruppo quotato con obblighi di disclosure. Tende invece a perdere sistematicamente tutte quelle operazioni gestite da uno studio notarile locale, tra due imprenditori che si conoscono, magari con l’intermediazione di un commercialista di fiducia piuttosto che di una banca d’affari. Non è un limite di qualità del tracker ufficiale, ma un limite strutturale del metodo: si può contare solo ciò che qualcuno ha deciso di rendere visibile.
La conseguenza pratica per chi fa acquisizioni, cessioni o semplicemente vuole capire chi sono i concorrenti nel proprio settore è che affidarsi solo ai report di mercato pubblicati dai grandi network internazionali significa vedere una frazione minoritaria della competizione reale per gli asset. Chi vende un’azienda pensando di avere pochi acquirenti potenziali, perché così suggeriscono i report ufficiali, spesso sottostima quanti compratori attivi si muovono realmente nel proprio segmento, con il rischio concreto di accettare la prima offerta ricevuta invece di costruire un processo competitivo che avrebbe attratto più pretendenti e, probabilmente, un prezzo migliore. Specularmente, chi compera e si affida solo a queste fonti rischia di sottostimare quanti altri acquirenti stiano guardando lo stesso target, arrivando magari a un tavolo negoziale con aspettative di prezzo non realistiche.
Il tema della valutazione è probabilmente quello più utile e più frainteso, per chi si prepara a comprare o vendere un’azienda in Italia. Il primo istinto è guardare al settore: quanto valgono, in media, le aziende alimentari, quelle tecnologiche, quelle sanitarie. Questo istinto non è sbagliato, ma è incompleto, perché il settore spiega solo una parte del prezzo.
La seconda variabile, spesso trascurata, è la dimensione della transazione stessa: aziende più grandi, con team manageriali più strutturati, contabilità più solida e minore dipendenza da una singola persona chiave, spuntano sistematicamente multipli più alti rispetto a operazioni di taglia più piccola, a parità di settore. Il salto di valore non è graduale ma a scalini, con soglie ben precise oltre le quali il mercato inizia a pagare un premio significativo. Ignorare questo fattore porta a due errori speculari: sopravvalutare una piccola azienda applicandole il multiplo delle grandi operazioni del suo settore, oppure sottovalutare un’azienda di taglia già rilevante continuando a ragionare con la logica di una PMI.
Perché esiste questo premio dimensionale? Le ragioni non sono aneddotiche ma strutturali, e vale la pena elencarle perché aiutano a capire come muoversi anche senza fare i conti alla lettera. Un’azienda più grande ha quasi sempre bilanci certificati da più anni, il che riduce il rischio percepito dall’acquirente in sede di due diligence. Ha di norma un management team che sopravvive al passaggio di proprietà, mentre nelle aziende più piccole il valore coincide spesso con la persona del fondatore, che potrebbe andarsene il giorno dopo il closing. E infine, sopra certe soglie di fatturato o di EBITDA, entra in gioco una platea di acquirenti istituzionali, fondi di private equity strutturati, gruppi industriali quotati, che semplicemente non guardano a operazioni troppo piccole per i loro processi di investimento e la cui presenza aggiuntiva sul lato della domanda alza il prezzo di equilibrio.
Un errore comune, che una precedente versione di questa stessa analisi aveva commesso, è confondere la dimensione dell’EBITDA con la dimensione della transazione: un’azienda con un utile operativo modesto ma un multiplo alto può valere quanto un’azienda con utile più alto ma multiplo più basso e va, quindi, collocata nella fascia di valore corretta prima di scegliere il multiplo di riferimento, non nella fascia suggerita dal solo EBITDA. Il metodo corretto, in altre parole, è iterativo: si stima un valore plausibile, si individua la fascia dimensionale in cui quel valore ricade e solo a quel punto si applica il multiplo tipico di quella fascia, aggiustandolo poi per il settore specifico.
Un’ultima cautela riguarda le medie: nei settori dove sono avvenute una o due operazioni molto grandi, il valore medio delle transazioni può risultare molto più alto della mediana, cioè del valore tipico dell’operazione più comune. In questi casi la mediana resta il riferimento più affidabile per la stragrande maggioranza delle aziende, mentre la media racconta soprattutto la storia di un singolo mega-deal. Chi prepara una valutazione e si imbatte in un multiplo medio di settore particolarmente alto dovrebbe sempre chiedersi se quel numero rifletta davvero la generalità delle operazioni o sia trascinato verso l’alto da uno o due casi eccezionali, un controllo che richiede pochi minuti ma che evita errori di valutazione anche significativi.
Guardando a chi compra, la maggioranza delle operazioni resta guidata da acquirenti industriali che comprano per motivi strategici, più che da fondi di investimento puri; questi ultimi, tuttavia, giocano un ruolo sproporzionato rispetto al loro numero quando si guarda al capitale complessivamente investito, perché tendono a concentrarsi su un numero limitato di operazioni di taglia maggiore. Accanto ai singoli deal, un fenomeno che merita attenzione crescente è quello dei consolidamenti settoriali: alcuni investitori non fanno un’unica acquisizione ma costruiscono, acquisizione dopo acquisizione, una piattaforma in un settore preciso, dai media ai servizi IT, dall’ingegneria delle infrastrutture alla sicurezza antincendio.
Questi consolidatori meritano un ragionamento a parte perché cambiano le regole del gioco per tutti gli altri operatori del settore in cui si muovono. Un consolidatore attivo non è solo un acquirente in più: è un soggetto che, acquisizione dopo acquisizione, alza il livello di scala minima per restare competitivo, spesso ottiene condizioni di acquisto migliori sui fornitori grazie ai volumi aggregati, e diventa a sua volta un acquirente sempre più attraente agli occhi di chi vuole vendere, perché offre continuità manageriale e un progetto industriale riconoscibile. Per un’azienda che opera in uno di questi settori, la domanda da porsi non è se subire passivamente questa dinamica, ma se convenga essere acquisiti a condizioni favorevoli finché si è ancora un partner interessante, restare indipendenti puntando su una nicchia difendibile che il consolidatore non riesce a replicare, oppure diventare a propria volta un piccolo consolidatore locale prima che lo spazio si restringa.
Sul piano geografico, la concentrazione delle operazioni in poche regioni del Nord Italia, con la Lombardia in testa, non è una sorpresa, ma ha implicazioni concrete per chi opera altrove: le aziende con sede in aree meno centrali per il mercato M&A tendono ad avere accesso a un numero minore di acquirenti sofisticati e a una consulenza legale e finanziaria di primo livello meno immediata, il che può tradursi in processi di vendita meno competitivi se non gestiti con l’aiuto di advisor in grado di attrarre acquirenti anche da fuori regione. Questo non significa che un’azienda del Sud o delle Isole valga necessariamente meno di un’equivalente lombarda, ma che il processo di vendita richiede uno sforzo aggiuntivo per portare la domanda dove tipicamente non arriva da sola, attraverso reti di advisor nazionali, partecipazione a eventi di settore fuori regione o l’affiancamento di un consulente con contatti al di fuori del proprio territorio.
Guardando alla seconda metà dell’anno, il quadro più probabile è quello di una continuità del motore delle piccole e medie imprese, che ha mostrato una stabilità notevole indipendentemente dal ciclo dei grandi capitali, mentre resta più incerto se il livello dei mega-deal, particolarmente intenso a inizio anno, si ripeterà con la stessa intensità o si ridimensionerà ulteriormente. Le prospettive comunicate dagli operatori di mercato restano nel complesso costruttive, con una pipeline di operazioni annunciate ma non ancora chiuse che lascia intravedere una possibile ripresa del livello mega-deal, ma la storia recente insegna che il valore aggregato del mercato italiano può oscillare in modo significativo da un trimestre all’altro anche quando il numero di operazioni resta stabile. Chi pianifica una vendita nei prossimi mesi farebbe bene a non ancorare le proprie aspettative di prezzo all’ultimo grande titolo di giornale, ma al comportamento effettivo degli acquirenti nel proprio segmento specifico di mercato.
Per chi deve prendere decisioni concrete, comprare, vendere, crescere per linee esterne o difendersi da un consolidatore, la lezione di fondo di questo semestre è che il mercato M&A italiano non va letto come un blocco unico, ma come un insieme di segmenti con dinamiche proprie: la dimensione dell’azienda, la sua collocazione geografica e il tipo di acquirente potenziale contano quanto, se non più, del settore in cui opera. Chi impara a distinguere questi segmenti prende decisioni più informate di chi si limita a guardare i titoli dei giornali, e trasforma quella che sembra un’informazione di mercato generica in un vantaggio competitivo molto concreto nel momento in cui si siede al tavolo di una trattativa.
Fonte: YunoAI, Italian M&A Market Review — First Half 2026 (luglio 2026), confrontato con KPMG Corporate Finance, Mercato M&A Italia H1 2026.

