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Come la Banca legge il Bilancio: come sono mutate le dinamiche Bancarie

Come la Banca legge il Bilancio

Come ho scritto in un articolo pubblicato questo mese sulla prestigiosa rivista BancaFinanza, il mondo della negoziazione bancaria è in rapido mutamento. La comunicazione finanziaria, che di tale argomento è uno degli assi portanti, è per conseguenza oggetto di rapida trasformazione. Se fino a pochi anni or sono era sufficiente per la maggior parte delle piccole e medie imprese recarsi in banca con il certificato camerale, la brochure e il bilancio, oggi non è più così.

Molte piccole e medie imprese, così agendo, si sentono dire dalla banca la fatidica frase: “mi spiace, il rating ha detto no”.

E’ prevedibile tale giudizio e – soprattutto – modificabile?
La risposta è sì e no al contempo.

Doverosamente dovremo dire “NO”, se l’impresa non dispone di strumenti di analisi sofisticati, definiti sistemi di rating sintetico. Tali sono, in dottrina e prassi professionale, strumenti di rating sviluppati da studiosi esterni sia alla banca valutante, sia all’impresa oggetto di valutazione.

Si tratta di strumenti di analisi che hanno una logica sensibilmente più semplice, ma non per questo meno rigorosa, dei più complessi (e ben più costosi) sistemi di rating interno, cioè delle banche valutanti.

Potremo quindi dire di “SÌ”, se l’impresa si è dotata di strumenti di valutazione del proprio bilancio in grado di effettuare oggettivamente, con la logica dell’osservatore esterno, il bilancio aziendale.

Lo strumento del rating sintetico potrà avere sia valore predittivo – stimare cioè un possibile futuro giudizio bancario – sia un valore correttivo, cioè volto a correggere e migliorare, potenzialmente, il rating atteso.

Sia chiaro; mentre la prima azione è immediata, la seconda necessita tempi di intervento non di breve o brevissimo periodo, poiché occore intervenire sulla gestione aziendale. Tuttavia, è innegabile il valore dell’informazione, poiché può consentire di agire con mesi di anticipo rispetto alle necessità e certamente, nei mesi e negli anni, migliorare il giudizio aziendale, agendo e modificandolo per tempo.

Trattandosi di uno solo degli assi del rating bancario, e cioè quello che tecnicamente si chiama analisi quantitativa storica (e non prospettica, per la quale dovremmo disporre di un piano industriale o Business Plan), non è la panacea di tutti i mali, ma ugualmente uno strumento necessario all’impresa. Quasi nessuna piccola o media impresa dispone di tali analisi.

Perché?

Una delle prime ragioni va ricercata nella mancanza, per tali imprese, di un vero e proprio CFO, cioè di un direttore amministrativo e finanziario, spesso sostituito – se del caso – da un mero direttore amministrativo, non di rado riconducibile alla compagine familiare (family business italiano) e talora sostituito, per ragioni economiche, da un mero responsabile amministrativo.

E’ di tutta evidenza il fatto – chiaro ictu oculi – che tali figure sovente non dispongano di metodologie di analisi finanziaria comparabili ai sistemi di rating interni bancari.

Rimane dunque centrale il ruolo del consulente esterno, prima di tutto il commercialista. Questo libero professionista è certamente potenzialmente il più autorevole e legittimo depositario del sapere in materia aziendale, anche in termini di comunicazione all’esterno.

Purtroppo, sopra ho usato il termine comunicazione “finanziaria”, che è disciplina scientifica di nicchia, rientrante nella nicchia dei finanziamenti d’azienda, che a loro volta fanno parte della finanza aziendale, cioè di un ben preciso settore scientifico disciplinare, come codificato in ambiente accademico. Essa non ha nulla a che vedere con la comunicazione tradizionalmente vocata alla logica contabile, societaria e – soprattutto – fiscale.

Il commercialista, non di rado vessato da un proliferare di normative e impegni cogenti in tale ambito, che negli ultimi anni perfino scaricano – a mio modo di vedere, indebitamente da parte del Ministero e Agenzia delle Entrate – adempimenti obbligatori sulla libera professione, è assorbito nell’aggiornamento professionale legato a tali logiche, prevalentemente di adempimento fiscale.

Purtroppo, l’analisi bancaria ha una logica diversa, di tipo finanziaria.

Per effettuarla correttamente, serve prima di tutto riscrivere il bilancio in quattro numeri, in logica anglosassone. Non è lavoro banale. Compattare uno stato patrimoniale italiano di 150 righe in excel in un modello a 4 numeri, volto a far risultare, dal lato degli asset, il net working capital e fixed assets, e dal lato del passivo il debt e l’equity, non è cosa facile, né rapida.

A cominciare dai significati, poiché il debt (D) del bilancio anglosassone (balance sheet), usato nei modelli di rating internazionali, nulla ha a che vedere con la lettera D del debito da bilancio italiano, che unisce poste finanziarie ma anche poste non finanziarie, come debiti verso i fornitori, piuttosto che verso l’erario.

Allo stesso modo, il conto economico va riscritto in modo (Income Statement) da far risultare termini atti a calcolare i corretti indici di bilancio in chiave finanziaria. Ma, soprattutto, occorre riscrivere il rendiconto finanziario (Cash Flow Statement) in modo da determinare strumenti di analisi bancaria indispensabili. Occorre capire le relazioni tra PFN (Posizione Finanziaria Netta) e FCF (Free Cash Flows), ma anche determinare i CCF (Current Cash Flows), gli OCF (Operating Cash Flows), gli UCF (Unlevered Cash Flows), prima dei citati FCF e quadrare il conseguente FF (Financial Flow).

Non basta, poiché serve conoscere poi quali siano gli indicatori di analisi finanziaria di natura strategica per le banche, nonché gli indicatori di importanza subordinata (ma non irrilevante).

Quando scrivo queste cose nelle mie rubriche sulle principali riviste di settore (da Panorama Economia, ad Economy, a BancaFinanza), rilevo solitamente le obiezioni di taluni commercialisti. La principale, solitamente, è questa: “Ma queste cose varranno per le grandi imprese, io ho come clienti piccole imprese!”

Questa obiezione, storicamente accettabile fino a pochi anni fa, non è fondata nel presente.

Il fenomeno di rapida trasformazione del sistema bancario del nostro Paese è così forte e in fase di avanzata mutazione che non è razionale fare barricate o battaglie contro i mulini a vento.

Le banche, a partire da quelle di grande dimensione per scendere verso quelle locali, stanno adottando procedure sempre più rigide non per scelta, ma perché tutto il mondo finanziario sta andando in tale direzione, a partire dagli organi di vigilanza, nazionali e internazionali.

Piuttosto, invece che opporsi al cambiamento, inviterei a riflettere sull’opportunità, che pochi hanno colto.

Ci sono, in Italia, milioni di piccole imprese impreparate a questo ineluttabile cambiamento. Queste imprese hanno bisogno di consulenza di alto livello in materia finanziaria e non possono certo avvalersi delle grandi società di consulenza, per una questione di posizionamento e fascia di prezzo.

Si tratta di un enorme mercato di consulenza ben retribuita e certamente meno presidiato e competitivo di quello tradizionale, dove la competizione pare essersi scaricata sul solo fattore competitivo rimasto: la lotta al ribasso di prezzo.

Al contrario, il commercialista potrebbe diventare, nell’immediato futuro, il naturale consulente in materia finanziaria per le proprie imprese clienti e – perché no? – per le altre là fuori che cercano risposte inevase.

 

 

 

 

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